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Si vedeva un grande esercito davanti a Dio, al quale Egli diceva: Ecco, quell'anima non è mia. Della piaga del mio costato e del mio cuore, infatti, s'è così poco curata come se avessero colpito lo scudo di un suo nemico. Si curò delle piaghe delle mie mani come per lo strappo d'uno straccio e delle piaghe dei miei piedi, così sopportabili per essa, come se avesse visto aprire un tenero pomo.
Allora Dio le diceva: Spesso nella tua vita chiedesti perché Dio fosse morto nel corpo. Ora io chiedo a te: perché tu, misera anima, sei morta?
Ella rispose: perché non ti amai.
E il Signore all'anima: Tu – disse – fosti per me come un figlio abortito dalla madre sua, per il quale non patì meno dolore di quello avuto per il figlio uscito vivo dal suo seno. Così, con tanto prezzo e tanta amarezza, come per ognuno dei miei Santi, io ti ho redenta, sebbene tu abbia avuto così poca cura di me. Però, come il figlio abortito, non gusta la dolcezza del seno materno, né la consolazione delle parole, né il calore del petto, così tu non gusterai mai la dolcezza ineffabile dei miei eletti, giacché piacque a te la tua dolcezza. Non ascolterai mai le mie parole per il tuo progresso, perché ti piacquero le tue parole e quelle del mondo, mentre le mie ti erano amare. Non proverai mai la carità e bontà mia, perché sei fredda e quasi ghiaccio per ogni bene. Va dunque dove sogliono essere gettati gli aborti, ove vivrai la tua morte in eterno, perché non volesti vivere nella luce e nella vita mia.
Poi Dio diceva all'esercito: O amici miei, se tutte le stelle e i pianeti si trasformassero in lingue e mi pregassero tutti i Santi, non le farei misericordia, perché dev'essere condannata per dovere di giustizia.
Quell'anima fu simile a tre cose. Per prima, fu simile a quelli che mi seguivano nella predicazione, per malizia, per prendere dalle mie parole e dalle mie azioni motivi per accusarmi e tradirmi. Essi videro le mie opere buone e i miracoli, che nessuno poteva fare se non Dio. Udirono la mia sapienza e approvarono la mia ammirabile vita e per questo mi invidiarono e arsero d'ira contro di me. Ma perché mai? Perché le mie opere erano buone e le loro cattive, e perché non acconsentii ai loro peccati, ma li rimproverai aspramente.
Così quell'anima mi seguiva sì col corpo suo, non per divina carità, ma per apparire davanti agli uomini; ascoltava il racconto delle mie opere e le vedeva con gli occhi, ma se ne indispettiva; udiva i miei comandamenti e li derideva. Sentiva la bontà mia e non credeva. Vedeva gli amici miei progredire nel bene e li calunniava. E perché? Perché le mie parole e quelle dei miei eletti erano contrarie alla sua malizia; e i miei comandi e avvisi contro la sua voluttà; e la carità mia e l'obbedienza, contro la sua volontà. E tuttavia la coscienza le diceva di onorar me a preferenza degli altri; dal moto degli astri arguiva ch'io ero il Creatore di tutto; dai frutti della terra e dalla disposizione delle altre cose sapeva di me, Creatore; ma pur sapendolo, s'indispettiva alle mie parole, perché riprendevo le sue cattive azioni.
Poi quell'anima fu simile a quelli che mi uccisero, dicendo fra loro: Uccidiamolo decisamente, tanto non risorgerà. Io invece avevo preannunziato ai miei discepoli che sarei risuscitato il terzo giorno. Ma i miei nemici, amatori del mondo, non credevano ch'io sarei veramente risorto, perché mi ritenevano soltanto un uomo e non vedevano la mia Divinità nascosta. Intanto baldanzosamente peccarono e realmente prevalsero, in quanto, se avessero saputo la verità, mai mi avrebbero ucciso. Così pure quest'anima dice: Io faccio la mia volontà, come mi aggrada; l'ucciderò di sicuro con la mia volontà e con le opere, che preferisco compiere; che me ne viene di male e perché astenermene? Non risusciterà certamente per giudicare. Non giudicherà secondo le opere fatte. Se facesse ciò, non avrebbe redento l'uomo tanto rigorosamente e se gli fosse così odioso il peccato, non sopporterebbe con tanta pazienza i peccatori.
Infine quell'anima fu simile a quelli che custodivano il mio sepolcro; si armarono e lo difesero con i custodi, perché io non risorgessi, dicendo: Vegliamo diligentemente che non risusciti e ci sottometta. Così faceva quell'anima: s'armò con la durezza di cuore, vegliò con diligenza al sepolcro, cioè al rapporto con i miei eletti, nei quali riposo; attese con sollecitudine a che le mie parole e i loro avvertimenti non lo raggiungessero, pensando fra sé: Mi guarderò da loro per non fare quello che dicono, per non cominciare a lasciare il piacere intrapreso, sospinto da qualche buon pensiero divino; per non udire quel che dispiace alla mia volontà. E così si separò per malizia da quelli con i quali avrebbe dovuto associarsi.
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Costui era un Nobile, non curante di Dio a tavola, bestemmiatore dei Santi, che morì con uno sternuto, senza Sacramenti.
L'anima sua fu vista mentre era giudicata. Il Giudice le disse: Tu hai detto tutto quel che hai voluto e hai fatto tutto quel che hai potuto, perciò ti conviene ora tacere. Rispondimi, però ora che mi ascolti, benché io sappia già tutto. Non udisti ciò che avevo detto: Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta a me? Come mai dunque non sei tornata a me, mentre potevi?
Rispose l'anima: Ho udito sì, ma non me ne curai.
Disse ancora il Giudice: Non dissi: Andate, maledetti, nel fuoco e venite, benedetti? Perché non ti affrettasti dunque alla benedizione?
E l'anima: Ho udito sì, ma non credetti.
E il Giudice ancora: Non udisti anche che io, Dio, son giusto e son Giudice terribile ed eterno; perché dunque non temesti il mio futuro giudizio?
Ho udito sì – diceva l'anima – ma ho amato me stessa e chiusi le orecchie per non udire il giudizio; indurii il cuore per non pensarci.
E il Giudice a lei: È dunque ora giusto che la tribolazione e la vergogna t'aprano la mente, perché non volesti capire quando potevi capire.
Allora gridava l'anima dimessa dal giudizio: Ahimé, quale condanna, e quando mai finirà?
E si udì subito una voce che diceva: Come lo stesso primo Principio di tutto non ha più fine, così per te non ci sarà mai fine.
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