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Io sono come un buon vasaio, che con il fango fa molti vasi! benché molti si rompano, egli non cessa di farne dei nuovi, fino al numero stabilito. Così faccio io, che da ignobile materia traggo una nobile creatura, cioè l'uomo e, anche se molti si allontanano da me, non cesso per questo di formarne altri, fino a che sia ripieno il Coro Angelico e i posti vuoti in cielo.
Io sono anche come un'ape che, uscendo dal suo alveare, vola verso la bellissima erba avvistata da lontano, e fra di essa cerca un fiore bellissimo, profumatissimo ed elegante. Ma quando s'avvicina trova un fiore secco, senza più odore, annientato, e sfumata ogni soavità. Allora cerca un'altra erbe e ne trova una un po' aspra, con un fiore piccolo e non molto profumato, gradevole, anche se poco attraente. In quest'erba fissa il piede e ne estrae dolcezza, che porta all'alveare fino a che esso si riempia.
Quest'ape sono io, Creatore di tutte le cose e Signore, che uscii dall'alveare, quando prendendo forma umana, mi resi in essa visibile. Cercai allora l'erba bella, cioè assunsi i popoli cristiani. Essi erano belli per la fede, dolci per la carità, fruttiferi per la buona vita. Ma ora, degradati dallo stato di prima, sembrano belli di nome, ma sono di vita corrotta; portano frutti al mondo e alla carne, ma sono sterili a Dio e all'anima. Dolci per se stessi, sono a me amarissimi, perciò cadranno e saranno annientati. Io, come l'ape, mi sceglierò un'altra erba, un po' asprigna, cioè i Pagani, dai costumi abbastanza lontani, alcuni dei quali portano un piccolo fiore e poca dolcezza, ossia una volontà per cui volentieri si convertirebbero e mi servirebbero, se conoscessero il modo e l'annunzio.
Da quest'erba estrarrò tanta dolcezza da riempire l'alveare e tanto voglio accostarmici che non manchi la bellezza né l'ape sia defraudata del frutto del suo lavoro. E ciò che è selvatico e vile, crescerà meravigliosamente a somma bellezza. Invece, quel che sembra bello, seccherà e diverrà deforme.
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