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L'anno santo perorato da Brigida fu effettivamente indetto per il 1350 e
annunciato a tutto il mondo cristiano. La sede papale continuava però a restare
ad Avignone e Clemente VI stringeva ancora di più i rapporti con la Francia,
eleggendo quasi esclusivamente cardinali francesi. Il papa viveva come un
principe mondano e Brigida sapeva bene che tra i suoi compiti c'era anche
quello di lavorare per il rinnovamento della Chiesa. Glielo aveva spiegato molto
chiaramente il suo sposo divino:
Come una sedia ha quattro gambe e un sedile, così anche la mia sedia, quella
che ho dato al papa, deve avere quattro gambe, cioè umiltà, obbedienza,
giustizia e misericordia, e il sedile dovrebbe essere fatto di divina saggezza
e amore di Dio. Ora però questa sedia è stata dimenticata e al suo posto ne è
stata adottata un'altra dove l'orgoglio sostituisce l'umiltà, l'ostinazione
l'obbedienza, l'avidità di ricchezza la giustizia, l'ira e la malevolenza la
misericordia, mentre chi la occupa non aspira ad altro che ad essere chiamato
saggio e maestro secondo il metro umano.
Brigida sapeva anche che il papa non sarebbe stato a Roma per il giubileo: lui
stesso l'aveva detto molto chiaramente al vescovo Hemming e a Petrus di
Alvastra quando si erano recati ad Avignone a portargli i suoi messaggi. E a
causa di questa assenza la futura santa esitava ad affrontare il pellegrinaggio
a Roma in occasione dell'anno santo. Gesù però così le parlò in visione:
lo sono il Figlio del Dio vivente. La Regola dell'ordine che ti è stata data
deve essere confermata dal mio rappresentante, che nel mondo è chiamato papa,
poiché egli ha il potere di legare e sciogliere al posto mio e deve rendermene
conto davanti a tutte le mie schiere celesti... Inoltre il papa deve permettere
che nel luogo che ti è stato mostrato quando ricevesti la Regola venga edificato
un monastero; poiché proprio là deve prendere inizio questa Regola.
In un'altra visione le fu ordinato dal Signore di recarsi a Roma come sua
ambasciatrice, di restarci finché non avesse visto il papa e l'imperatore e di
dire loro da parte sua le parole che lui le avrebbe ispirato,. Questa profezia
si realizzò, anche se - finché Brigida fu in vita - il ritorno a Roma di papa
Urbano V fu solo temporaneo. L'imperatore che Brigida vide fu Carlo IV, detto il
Boemo perché nato a Praga e sovrano di Boemia.
Conosciuta la volontà di Dio, Brigida si affrettò a fare i preparativi per il
lungo viaggio. I motivi per andare a Roma erano molteplici: partecipare al
giubileo, sollecitare presso la Curia romana la conferma papale del suo ordine,
lavorare per il ritorno del papa; Brigida desiderava inoltre ampliare il
proprio orizzonte spirituale e accrescere lo spazio del proprio apostolato.
La partenza avvenne all'inizio dell'autunno del 1349: Brigida non avrebbe più
rivisto la sua patria. Insieme a lei partirono il segretario Petrus di Alvastra
e il confessore Petrus di Skànninge; si unì a loro anche un altro sacerdote
svedese di nome Magnus Persson, che seguì poi Brigida in Terra Santa. Facevano
inoltre parte del piccolo gruppo di pellegrini il sacerdote Gudmar Fredriksson,
che fu in seguito monaco a Vadstena, la giovane signora Ingeborg Laurensdotter
e alcuni servitori. Nessun membro invece della famiglia di Brigida.
Prima di lasciare la Svezia, Brigida volle salutare il maestro Matthias: non
l'avrebbe più rivisto, perché l'anziano teologo sarebbe morto l'anno successivo.
Non si sa con certezza quale sia stato l'esatto percorso dei pellegrini:
certamente essi si imbarcarono a Kalmar, sulla costa sud-orientale della Svezia,
e sbarcarono sulla costa baltica tedesca.
I Paesi che Brigida attraversò erano in quel tempo sconvolti dalla peste nera,
che a partire dal 1350 imperversò anche in Svezia, mietendo innumerevoli
vittime. Nella primavera di quello stesso anno re Magnus infatti informò tutta
la popolazione che l'epidemia, proveniente dalla Norvegia dove il germe era
giunto nell'estate del 1349 con una nave inglese carica di tessuti di lana,
stava avvicinandosi al regno svedese.
La medicina del tempo era impotente nei confronti della peste: non si poteva
far altro che pregare. At traversando le terre tedesche, le più colpite dal
morbo (la popolazione ne risultò dimezzata), i viaggiatori svedesi
incontrarono infatti numerose schiere di penitenti e flagellanti, e anche
gruppi di pellegrini che come loro si recavano a Roma.
Mentre attraversavano la Svevia, avvenne un episodio che è stato riportato da
varie fonti e che è all'origine della fondazione, avvenuta nel secolo
successivo, di un importante convento brigidino. Giunti nel sud della Germania,
i pellegrini svedesi fecero tappa nella cittadina di Mayingen e fecero
pascolare i loro cavalli in un prato. Quando il proprietario chiese un
compenso, Brigida comprò tutto il campo e lo donò alla cittadinanza. Su
quell'appezzamento di terreno sorse in seguito, nel XV secolo, un convento
brigidino, dal quale pochi anni dopo ebbe origine il celebre monastero di
Altomúnster, presso Augusta in Baviera.
Poi finalmente, dopo aver attraversato le Alpi, i pellegrini giunsero in
Italia. La prima tappa fu a Milano, per pregare nella basilica di Sant'Ambrogio.
Come leggiamo nelle Rivelazioni, il grande vescovo di Milano apparve a Brigida
due volte e le parlò delle carenze e dei difetti di certi pastori della Chiesa.
La fortificò anche nella sua missione di conversione: «Dio ti ha chiamata
affinché in spirito tu possa vedere, udire, comprendere e rivelare agli altri
ciò che avrai udito».
A Milano si ammalò gravemente e poi morì Ingeborg Laurensdotter, che aveva
affrontato il pellegrinaggio a Roma per ottenere l'indulgenza dei suoi peccati
e soltanto con fatica aveva ottenuto dal marito il permesso di partire. Dopo la
sepoltura di Ingeborg, il piccolo gruppo proseguì in direzione di Genova,
sostando a Pavia per rendere omaggio a sant'Agostino, il cui corpo, portato via
da Ippona per timore di atti vandalici, era giunto qui dopo una sosta a
Cagliari.
A Genova i pellegrini si imbarcarono e proseguirono il viaggio per mare fino a
Ostia. Roma era finalmente a portata di mano. Non immaginava, forse, la
veggente svedese, che Roma sarebbe diventata la sua nuova patria e che avrebbe
dovuto attendere ben diciassette anni prima di vedervi giungere un papa: Urbano
V, che vi rimase meno di tre anni.
Da Ostia i pellegrini raggiunsero Roma a piedi, facendo sosta alla basilica di
San Paolo per rendere omaggio all'Apostolo. Giunti in città, la prima visita fu
certamente quella a San Pietro.
Brigida e i suoi trovarono alloggio all'albergo dell'Orso, sulla riva sinistra
del Tevere, di fronte a Castel Sant'Angelo, dove all'incirca mezzo secolo
prima, in occasione del primo anno santo della storia (il giubileo di Bonifacio
VIII del 1300) aveva alloggiato anche Dante Alighieri.
Pochi giorni dopo Brigida ricevette la visita di un messo del cardinale Hugo di
Beaufort, che offrì ospitalità a lei e al suo seguito nel palazzo del suo
signore. Fratello di papa Clemente VI, che ben conosceva la personalità di
Brigida e probabilmente desiderava usarle una cortesia, il cardinale Beaufort
risiedeva in quegli anni ad Avignone e non abitava quindi il grande palazzo
adiacente alla chiesa di San Lorenzo in Damaso, della quale era titolare. Nello
stesso palazzo aveva sede anche la cancelleria papale.
Brigida accettò con gioia l'invito e si trasferì con i suoi accompagnatori nel
vasto appartamento al primo piano, che era fornito anche di una piccola
cappella. Dalla finestra della sua camera, attraverso le finestre della chiesa,
Brigida poteva anche godere della vista dell'altare maggiore di San Lorenzo in
Damaso. Qui abitò per quattro anni. Fu in questo palazzo che nell'anno
giubilare 1350 Brigida ricevette il famoso Sermo angelicus, ovvero rivelazioni
dettatele da un angelo. Alcuni capitoli dell'opera, che narra la storia di
Maria, furono destinati a essere letti quotidianamente alle suore del convento
di Vadstena, aperto nel 1384.
Come trascorreva le sue giornate a Roma la principessa svedese? Un brano delle
Rivelazioni, che riporta le parole di Gesù stesso, lo descrive esattamente:
Vi consiglio di utilizzare per dormire le quattro ore prima della mezzanotte e
le quattro dopo la mezzanotte. Chi non ne è capace, provi a desiderare di
farlo e ci riuscirà. Se qualcuno è ragionevolmente in grado di dormire un po'
meno, senza per questo subirne danno nelle forze fisiche e psichiche, ne avrà
merito e premio. Successivamente dovete utilizzare quattro ore per pregare e
dedicarvi a opere utili e benemerite, così che nessuna ora trascorra senza dare
frutto.
In seguito potete avere due ore per il pasto di mezzogiorno. Se
userete meno tempo, ne sarete ricompensati da Dio. Questo tempo non dovete
prolungarlo a meno che non ci sia un motivo ragionevole per farlo. Poi dovete
dedicare sei ore a lavori necessari, consentiti o richiesti. Successivamente
altre due ore per i vespri, la preghiera della sera e altre preghiere a voi
gradite. Infine ancora due ore per la cena e per serene conversazioni.
Brigida pregava molto, prendeva lezioni di latino dal maestro Petrus e scriveva
in svedese le rivelazioni che il suo segretario traduceva poi in latino: «Studio
grammatica, prego e scrivo», leggiamo nelle Rivelazioni.
Il maestro Petrus dal canto suo ricevette dalla Santa Sede l'incarico di fare
da padre spirituale a tutti i pellegrini svedesi che venivano a Roma: a loro
Brigida dedicava cure e attenzioni, ospitandoli spesso nella sua casa.
Ampio spazio avevano nella giornata di Brigida anche le visite ai luoghi sacri
romani, in particolare le sette chiese' e le catacombe della via Appia, dove i
primi cristiani avevano trovato rifugio durante le persecuzioni.
Il maestro Petrus raccontò nella sua deposizione al processo che, in memoria
delle ferite e della passione di Cristo, Brigida usava lasciarsi cadere sulla
pelle nuda gocce di cera incandescente, e quando le ferite accennavano a
chiudersi lei le rinnovava con le unghie, affinché il suo corpo non fosse mai
senza i segni della passione. Di venerdì, in base alla testimonianza della
figlia Caterina, la santa soleva anche ingerire erbe amarissime (berbam
amarissimam que vocaturgenciana), in ricordo dell'amara bevanda data a Gesù
durante la sua passione.
Nel XIV secolo Roma era una città trascurata e in decadenza. Alle devastazioni
del terremoto del 1348 che aveva provocato pesanti danni ai monumenti e alle
abitazioni, si aggiungeva la difficile situazione interna: ruberie,
brigantaggio, estrema libertà di costumi. Ciò era in gran parte dovuto
all'assenza del papa e all'anarchia che ne conseguiva. Roma era anche dilaniata
dalle lotte tra i Colonna e gli Orsini e coinvolta nelle sommosse di Cola di
Rienzo. In questo stato di cose la situazione nella città eterna non era affatto
sicura neppure per i pellegrini che, nonostante l'assenza del papa, arrivavano
numerosi per visitare i luoghi sacri e pregare sulle tombe degli apostoli.
Leggiamo in un'antica cronaca:
La brutale violenza aveva preso il posto del diritto; non c'era più alcuna
attenzione per le leggi, nessuna protezione della proprietà, nessuna sicurezza
delle persone. 1 pellegrini che visitavano le tombe degli apostoli venivano
aggrediti e derubati, alle donne veniva usata violenza. Le chiese di Roma erano
in rovina, in San Pietro e in Laterano le greggi pascolavano nell'erba che
arrivava fino all'altare. Sulle colline del Campidoglio veniva coltivata la
vite, il foro era stato trasformato in orto e pascolo, gli obelischi egiziani
giacevano a terra, spezzati e semisepolti. Come conseguenza del trasferimento
della Santa Sede, erano subentrate divisioni interne, abbrutimento generale e
spopolamento".
Roma è come un campo nel quale sono cresciute rigogliose le erbacce. Di
conseguenza deve prima essere purificato col ferro e col fuoco e poi arato di
nuovo da un aratro trainato da una coppia di buoi. Per questa città si prepara
una grande punizione disse un giorno la Vergine a Brigida. Le Rivelazioni fanno
chiaramente intendere quanto Brigida pregasse e si prodigasse per porre rimedio
a questa triste situazione. Non s'impegnò soltanto con la preghiera, ma agì
concretamente intervenendo spesso nelle cose pubbliche e sollecitando il
ritorno del papa a Roma per il bene della Chiesa e della città.
La preoccupazione di Brigida per Roma e le miserande condizioni in cui lo stato
pontificio versava a causa dell'assenza del pontefice fu costante. Ne fa buona
testimonianza una sua lettera indirizzata a un'alta personalità ecclesiastica,
forse il vescovo di Orvieto che all'epoca svolgeva le mansioni di vicario
papale. La lettera contiene la richiesta di informare il papa della
situazione:
Illustrissimo signore, tra le altre notizie si faccia sapere al papa quanto sia
penoso lo stato della città che un tempo era felice spiritualmente e
corporalmente. Ora però essa è infelice sia corporalmente che spiritualmente;
corporalmente perché i suoi principi mondani, che dovrebbero essere i suoi
difensori, sono divenuti i suoi più terribili rapinatori; per questo le case
sono distrutte e molte chiese che custodiscono le spoglie mortali dei santi
vengono devastate. I santuari della città, dopo che i tetti sono crollati e le
porte divelte, sono divenuti le latrine di uomini, cani e bestie.
Spiritualmente la città è infelice perché molte leggi emanate da santi pontefici
su ispirazione dello Spirito Santo a lode di Dio e per la salvezza dell'anima
immortale non hanno più validità. Al posto loro sono subentrati, su ispirazione
di spiriti malvagi, abusi e malcostume a disonore di Dio e per la rovina delle
anime. Una legge della santa Chiesa prevedeva per esempio che i chierici
venissero consacrati, poi conducessero una vita devota, servissero Dio con la
preghiera e indicassero con le buone opere la via per la patria celeste. Adesso
però è subentrato il gravissimo abuso in base al quale i beni della chiesa
vengono affidati a laici non consacrati, i quali per poter essere considerati
chierici non si sposano, ma che senza alcuna vergogna si portano in casa e nel
letto delle prostitute, e tuttavia dicono: «A noi non è lecito vivere una vita
coniugale perché siamo canonici». Anche i sacerdoti, i diaconi e i sottodiaconi
evitavano un tempo la vergogna di una vita impura; oggi alcuni di loro si
vantano addirittura di far vedere in giro le loro prostitute col ventre gonfio e
non si vergognano se uno dei loro amici sussurra loro nell'orecchio: «Vedi,
illustrissimo signore, presto ti nascerà un figlio o una figlia!». Sarebbe più
giusto che fossero chiamati servi del diavolo piuttosto che sacerdoti
consacrati.
Il santo fondatore Benedetto e altri padri hanno, col permesso dei vescovi,
stabilito regole e fondato monasteri in cui gli abati vivevano con i loro
confratelli, pregavano di giorno e di notte e conducevano un'esemplare vita
monastica. Era veramente una gioia visitare i monasteri in cui i monaci
cantavano le lodi di Dio e con l'esempio della loro purissima vita inducevano i
peccatori a migliorarsi. Anche i buoni ne venivano rafforzati nella loro fede e
nella loro condotta. Le anime del purgatorio ottenevano la pace eterna grazie
alle preghiere di questi religiosi. Un tempo ogni monaco che viveva in base a
queste regole era tenuto in grande considerazione ed era amato da Dio e dagli
uomini. Chi invece non si preoccupava di attenersi alle regole, era
disprezzato.
Un tempo si riconosceva il monaco anche dall'abito. Oggi al posto
di queste regole sono subentrati in molti casi miserevoli abusi. Gli abati
vivono nei loro castelli, dentro e fuori la città, nel modo che vogliono. È
quindi doloroso visitare i cenobi, poiché solo pochissimi monaci, e a volte
addirittura nessuno, pregano nel coro alle ore stabilite. Nei monasteri si
legge e si studia pochissimo, non si canta quasi più, in certi giorni non si
dice neppure messa. 1 buoni si sentono oppressi dalla cattiva fama dei monaci
malvagi, i malvagi diventano sempre più malvagi. C'è da temere che le
preghiere di questi monaci possano aiutare ben poco le anime del purgatorio.
Molti monaci hanno la loro abitazione privata in città; ognuno ha la propria
casa; molti di loro, quando gli amici li vanno a trovare, abbracciano i loro
figli e dicono tutti felici: «Guarda, questo è mio figlio!». 1 monaci non si
riconoscono più dagli abiti e addirittura dopo il tramonto del sole portano
addosso un'arma per fare quello che loro meglio aggrada. Un tempo c'erano dei
santi che rinunciavano a grandi ricchezze e vivevano una vita ascetica senza
curarsi dei beni materiali.
Vestivano poveramente e conducevano una vita pura.
Questi santi e i loro confratelli vengono per questo chiamati monaci
mendicanti, i papi avevano confermato con gioia le regole del loro ordine e gli
appartenenti all'ordine avevano accettato volentieri un simile genere di vita a
maggior gloria di Dio e per la salvezza dell'anima immortale. Oggi però si è
colti da tristezza vedendo come sono degradate e non più seguite queste regole
che un tempo Agostino, Domenico e Francesco stabilirono per ispirazione dello
Spirito Santo e che furono seguite volentieri da uomini e donne ricchi e
nobili. Oggi molti monaci fanno tutto ciò che l'ordine vieta di fare e
addirittura si vantano di usare per le loro vesti stoffe più preziose e costose
di quelle usate per gli abiti dei ricchi vescovi.
Grazie a san Gregorio Magno e altri santi, a Roma furono edificate case
femminili di clausura; le monache che vi vivevano non erano mai state viste da
nessuno. Ora però in questi monasteri si commettono gravi abusi, perché le loro
porte si aprono indifferentemente per religiosi e laici, anche di notte; le
monache lasciano entrare chiunque loro piaccia. Di conseguenza questi edifici
assomigliano più a case di piacere che a santi conventi...
La lettera di Brigida continua lamentando gravi mancanze da parte di religiosi e
laici cristiani: i padri confessori accettano denaro da coloro che vanno a
confessarsi; soltanto una persona su cento si confessa e si comunica; il
matrimonio religioso ha perso ogni significato e spesso nella stessa casa
convivono moglie e amante; durante il periodo di Quaresima molte persone
giovani e sane mangiano carne; il giorno festivo non viene osservato e non pochi
ricchi costringono i loro sottoposti a lavorare anche la domenica e i giorni
festivi. Infine i cristiani praticano l'usura come i giudei, comportandosi
sovente assai peggio di loro.
L'Eccellenza vostra non si meravigli quindi - continua la lunga lettera di
Brigida - se a causa di questi abusi ho definito Roma una città infelice. C'è da
temere che la fede cristiana in breve tempo cada in oblio se non interviene
qualcuno che ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso e che ponga
fine a ogni abuso. Abbiate quindi compassione della Chiesa e di quelli del suo
clero che amano ancora Dio con tutto il cuore e disdegnano le cattive abitudini
sopra menzionate, che a causa dell'assenza del papa sono come orfani e che
tuttavia hanno difeso con amore e fedeltà infantile il trono del Santo Padre, si
sono opposti a tutti i traditori e ne hanno ricavato molte pene e difficoltà.
Quanto al pontefice, Brigida riceve per lui dal Signore una rivelazione molto
severa:
Mi rammarico con te, o capo della mia Chiesa, tu che siedi sul seggio che ho
donato a Pietro e ai suoi successori perché abbiano una triplice dignità: primo,
perché abbiano il potere di legare e slegare le anime dal peccato; secondo,
perché aprano il cielo ai penitenti; terzo, perché lo chiudano ai maledetti e a
coloro che mi disprezzano.
Ma tu che devi liberare le anime e presentarmele, tu
ne sei il carnefice; poiché io ho nominato Pietro pastore e guardiano del mio
gregge, e tu ne sei il dissipatore e colui che lo ferisce. Tu sei peggio di
Lucifero, perché lui mi invidiava e desiderava uccidere soltanto me per regnare
al mio posto, mentre tu non solo mi uccidi, ma uccidi anche le anime col tuo
cattivo esempio. Io ho guadagnato le anime col mio sangue e te le ho affidate
come un fedele amico; ma tu le abbandoni a un nemico dal quale io le avevo
liberate. Tu sei più ingiusto di Pilato, che non condannò a morte altri che me;
tu non solo giudichi me pur non avendo al riguardo alcun potere, ma condanni
anche le anime innocenti e perdoni i colpevoli. Tu mi sei più nemico di Giuda,
che vendette me solo; tu vendi anche le anime dei miei eletti per desiderio di
guadagno e per vanità. Tu sei più abominevole di coloro che crocifissero il mio
corpo, perché crocifiggi e punisci le anime dei miei eletti. E poiché tu sei
simile a Lucifero, più ingiusto di Pilato, più crudele di Giuda, più abominevole
di chi mi crocifisse, io con ragione mi lamento di te".
Parole chiare e dure, che in questa come in altre occasioni Brigida non ebbe
paura di indirizzare ai pontefici per indurli a tornare sulla retta via. Ma le
preoccupazioni religiose, politiche e sociali di Brigida non si concentrarono
solo sulla situazione di Roma, del papa e della Chiesa: andarono ben oltre. La
deposizione del suo segretario Petrus di Alvastra fatta alla Curia romana nel
1380 e contenuta negli Atti del pro-f cesso di canonizzazione ci informa infatti che Brigida fu in corrispondenza
con molte personalità religiose e politiche. Leggiamo infatti:
Brigida impetrò da Dio molte risposte per papa Urbano V e papa Gregorio XI e
per i regnanti di Svezia, cioè il re Magnus e la regina sua sposa, e per il
nuovo re di Cipro e sua madre Eleonora e per la regina Giovanna di Napoli e per
molti baroni e prelati e gente del popolo e religiosi e altre persone spirituali
del regno di Svezia e della città di Roma e dei regni di Sicilia e di molti
altri regni e province, che la interrogavano come profetessa di Dio sui loro
dubbi e desideravano avere una risposta da Dio attraverso di lei. Per tutti
costoro ella impetrò molte e diverse risposte da Dio, utili e belle per la
direzione della vita e dei costumi e per chiarire i loro dubbi".
Questo brano consente di capire quanto Brigida fosse nota, stimata e da qualcuno
anche temuta per le sue doti profetiche e il suo altissimo profilo morale.
Brigida sentiva di essere chiamata a far conoscere la volontà del Signore ai
grandi della terra e lo fece sempre con coraggio, senza lasciarsi intimorire da
niente e da nessuno, aiutata certamente in questo dalla consapevolezza del
proprio rango e dall'abituale frequentazione di sovrani, nobili e alti prelati.
Verso la metà dell'anno giubilare 1350 Brigida trascorse un periodo abbastanza
lungo all'abbazia di Farfa, in Sabina, nel ducato di Spoleto, dove regnava la
più grande decadenza di costumi. A inviarla fu il Signore stesso, affinché
intervenisse presso i monaci.
L'abbazia benedettina di Farfa, oggi in provincia di Rieti, fu fondata nel VI
secolo e ricostruita in quello successivo. Aveva conosciuto un grande splendore
tra il IX e 1'XI secolo, quando aveva partecipato alle lotte politiche ed
esteso i suoi possedimenti all'Abruzzo e alle Marche. Inoltre gli imperatori
tedeschi, a partire da Carlo Magno, le avevano concesso grandi privilegi. In
questo centro religioso e culturale, che nel medioevo era stato di primaria
importanza, era adesso penetrato lo spirito mondano: l'abate viveva come un
principe secolare e i suoi frati si comportavano di conseguenza.
Leggiamo nelle Rivelazioni:
Il fuoco che era emanato da san Benedetto accese tre specie di uomini, che
possono essere considerati tre diverse qualità di combustibile. Innanzitutto
coloro che bruciarono come l'incenso e abbandonarono il mondo per amor di Dio.
Poi quelli che bruciarono come erba secca, rinunciando al mondo disgustati
dalla vanità di tutto. E infine quelli che bruciarono come rami di ulivo con
chiara e pura fiamma ed erano pronti a morire per Cristo. Così furono i primi
benedettini: monaci, asceti, missionari. Ma ora lo spirito di san Benedetto ha
abbandonato i suoi figli. Le fiaccole spente giacciono a terra e non danno più
luce; emanano soltanto il fumo dell'impurità e della concupiscenza.
La visita di Brigida non fu gradita; poiché all'abbazia non era prevista la
presenza di donne, la principessa svedese fu ospitata in un magazzino esterno,
un autentico vile tugurium, come dicono gli Atti del
processo, ma il Signore stesso le spiegò in una visione che quel soggiorno
sarebbe stato per lei quanto mai salutare, perché le avrebbe permesso di capire
i disagi sopportati dai santi eremiti.
Il soggiorno di Brigida a Farfa fu per molti aspetti penoso, perché la sua opera
moralizzatrice incontrò resistenza. In una rivelazione relativa a questo
periodo leggiamo infatti:
La Vergine chiese a Brigida: «Quale cosa ti sembra che vi sia da rimproverare a
questo abate?». Rispose la santa: «Che molto di rado celebra la messa». Rispose
la Vergine: «In questo non è meritevole di rimprovero, poiché molti,
consapevoli della loro cattiva vita, ragionevolmente si astengono dal celebrare,
e perciò non sono da rimproverarsi. Che altro giudichi meritevole di
correzione?». Rispose la santa: «Che non porta le vesti secondo le regole del
suo istituto, ma troppo delicate e molli». Disse la Vergine: «Anche questo può
accadere che sia senza peccato, poiché la consuetudine così comporta. Sono molto
più meritevoli di castigo coloro che introdussero ciò contro ogni regola.
Ascoltami ora e io ti manifesterò per quali cose sia degno di severissimo
castigo. La prima perché il suo cuore, che dovrebbe essere trono di Dio, è
posseduto dalle meretrici; secondo, perché nato da umili e poveri genitori,
ambisce di farsi ricco nella religione, mentre ha promesso di osservare la
povertà e di rinnegare se stesso; terzo, perché avendo avuto dal suo creatore
un'anima così bella, l'ha orribilmente deformata; non si lusinghi nel vedersi
stimato e applaudito dagli uomini, poiché dall'altissimo Dio giudice è
disistimato per la sua superbia e quando verrà il suo tempo si troverà senza
merito alcuno».
Brigida presentò questa rivelazione all'abate, aggiungendo che era suo dovere
dare buon esempio ai suoi monaci, ma non ottenne alcun risultato. Alla futura
santa fu però riservata una grande consolazione, perché proprio a Farfa rivide
sua figlia Caterina, venuta a Roma dalla Svezia con un gruppo di pellegrini.
Caterina era sposata con Eggert von Kyren, parente del re, che non l'aveva
potuta accompagnare perché al momento della partenza era malfermo in salute.
Giunta a Roma, Caterina si era subito messa alla ricerca della madre, senza
trovarla. Un giorno però in San Pietro aveva incontrato Petrus di Alvastra che,
dopo aver accompagnato Brigida a Farfa, spinto da impulso irresistibile era
ritornato brevemente in città; l'incontro apparentemente casuale con Caterina,
preoccupatissima per non aver trovato la madre a Roma, gli aveva fatto capire
il motivo del suo inspiegabile desiderio di rientrare a Roma. Petrus condusse
subito Caterina a Farfa da Brigida e le cronache narrano che dopo l'arrivo
della giovane, che era bellissima, l'accoglienza riservata dall'abate alle due
donne fu più ospitale e generosa.
In base alla deposizione di Caterina stessa al processo, dopo qualche tempo
Brigida apprese in visione che Eggert era morto il venerdì santo di quell'an no
19; chiese allora alla figlia, che era appena diciottenne, se desiderasse
passare a seconde nozze oppure consacrarsi al Signore. Caterina non ebbe
esitazioni ed espresse subito il desiderio di restarle accanto e di servire con
lei il Signore. All'inizio dell'autunno del 1350 tornò infatti a Roma con
Brigida e fu la compagna fedele dell'ultima parte della sua vita; l'accompagnò
anche in Terra Santa e un anno dopo la sua morte ne riportò i resti mortali a
Vadstena.
Durante il soggiorno romano a Brigida non mancarono le preoccupazioni e in più
di un'occasione a quelle spirituali si aggiunsero quelle materiali. Precaria fu
spesso per esempio la situazione finanziaria. La futura santa faceva infatti
molte elemosine e, a causa delle difficoltà di trasporto, il denaro che le
veniva inviato dalla Svezia arrivava a Roma in maniera assai irregolare. In
un'occasione particolarmente difficile Brigida si rivolse alla Madre di Dio ed
ebbe questa risposta: «Non ti preoccupare per la giornata di domani, perché
anche se non ti rimanesse altro che il nudo corpo, devi avere fiducia nel
Signore. Lui che nutre i passeri, provvederà anche a voi che ha redento col
proprio sangue». Brigida chiese ancora: «Che cosa mangeremo domani?». E la
risposta fu questa: « Se veramente non avete più niente, chiedi l'elemosina nel
nome di Cristo». Brigida seguì il consiglio e non si vergognò di chiedere
umilmente l'elemosina insieme ad altri mendicanti davanti alla chiesa di San
Lorenzo in Panisperna.
Altre volte il denaro necessario arrivò in maniera miracolosa. Per esempio, un
giorno che in casa mancava il necessario, Brigida mandò sua figlia Caterina in
San Pietro insieme ad alcune devote signore romane. Mentre pregavano davanti
alla tomba dell'apostolo, si videro davanti una signora sconosciuta vestita di
un abito bianco e di un mantello nero. La sconosciuta portava sul capo un velo
bianco. La signora si rivolse a Caterina e le chiese di pregare «per la
norvegese». Caterina le chiese allora da dove venisse, e la sconosciuta rispose
che veniva dalla Svezia. Disse poi che la moglie di suo fratello Karl, il figlio
maggiore di Caterina, era morta e aggiunse: «Pregate per la norvegese! Presto
riceverete notizie e aiuti dalla patria, perché la norvegese ha lasciato a voi
la collana d'oro che era solita portare». Subito dopo la sconosciuta signora
scomparve.
Poco tempo dopo questo episodio arrivò dalla Svezia Ingwald
Anundsson, buon amico di Caterina, che annunciò la morte di Guydda, la moglie di
Karl. Guydda era norvegese. Ingwald portava con sé la collana d'oro della
defunta. Questo gioiello aveva un valore così alto che, vendendolo, col ricavato
Brigida, sua filia e il seguito poterono vivere per un anno intero.
Un'altra preoccupazione venne dalla casa in quanto, dopo quattro anni di
soggiorno nel palazzo del cardinale Hugo di Beaufort, Brigida fu costretta a
cercare un nuovo alloggio per sé, la figlia e il seguito. Un inviato del
cardinale le comunicò infatti, piuttosto bruscamente, di liberare
l'appartamento nel giro di un mese.
Ecco come sono narrati i fatti nelle Rivelazioni: Quando udì queste parole, si
turbò, poiché aveva presso di sé la sua bella, giovane e nobile figlia, la cui
vista infondeva gioia in ognuno. Temeva di non riuscire a trovare un'abitazione
analoga che le consentisse di tenere alto l'onore suo e di sua figlia. In
lacrime pregò Dio che l'aiutasse. Il Signore però volle mettere alla prova la
sua serva e così le parlò: «Vai e cerca per tutto questo mese, percorri con il
tuo confessore tutta la città per vedere se riuscite a trovare un'altra casa
adatta a voi». Ella ubbidì e per tutto il mese girò con dolore e preoccupazione
per la città insieme al maestro Petrus e al padre spirituale Petrus di
Alvastra; non riuscì però a trovare nessuna casa adatta. Quando sua figlia
Caterina si accorse delle preoccupazioni della madre, si afflisse per il suo
onore e pianse. Due giorni prima della fine del mese fece preparare i bagagli
per lasciare la casa e traslocare in una locanda. Oppressa dal dolore si rivolse
di nuovo al cielo e chiese aiuto piangendo e pregando.
Allora le apparve Cristo e così le parlò: «Tu sei turbata perché non riesci a trovare una casa adatta.
Sappi che io l'ho consentito per la tua salvezza e la tua edificazione,
affinché tu conosca per esperienza la miseria e la sofferenza che i poveri
pellegrini debbono sopportare lontano dalla loro patria, ed impari quindi ad
avere compassione. Sappi anche che non sarai mandata via dalla tua casa, ma
sarai informata da parte del proprietario che potrai rimanervi ancora
temporaneamente ...».
Le cose andarono come il Signore aveva annunciato; inoltre qualche tempo dopo
una vedova romana di nome Francesca Papazzuri, che conosceva bene Brigida e le
era devota, le offrì la propria casa nelle vicinanze di Campo dei Fiori e della
chiesa di San Lorenzo in Damaso. In questa casa, comoda, spaziosa e cinta da un
solido muro, costituita da un edificio principale, da tre case minori e da una
torre, Brigida visse fino alla morte con la figlia e con i sacerdoti che
l'accompagnavano. È la stessa casa che, ampliata e ristrutturata, ospita oggi
le suore brigidine.
Le stanze in cui vissero Brigida e Caterina sono ancora perfettamente conservate. Nella
nuova abitazione Brigida ospitò spesso parenti, amici e pellegrini svedesi, e
anche poveri e ammalati.
Nel 1355 Brigida ebbe la gioia di rivedere anche il figlio Birger, venuto a
Roma per farle visita. Una prova del soggiorno romano di Birger, e insieme una
testimonianza della stima di cui godeva Brigida, è rappresentata da una
lettera datata 14 ottobre 1355 e firmata da papa Innocenzo VI. Poiché Birger si
era trovato in difficoltà finanziarie e non sapeva come affrontare il lungo
viaggio di ritorno, il pontefice - forse sollecitato da Brigida - venne in suo
aiuto e con la lettera sopra citata diede incarico al governatore di Perugia di
fargli versare da una banca romana la somma di quattrocento fiorini d'oro,
«come nostro gentile dono».
Dai pellegrini svedesi che venivano a Roma, Brigida era tenuta al corrente
della situazione politica della sua patria, che ebbe sempre molto a cuore. Da
Roma seguì la decadenza di re Magnus, che all'inizio del 1353 aveva ottenuto in
prestito da papa Innocenzo VI il denaro raccolto in Svezia e Norvegia per
l'obolo di San Pietro. Si trattava di una grossa cifra che il re avrebbe dovuto
restituire a breve scadenza, entro quello stesso anno. Poiché nonostante gli
appelli del papa il denaro non veniva restituito, nel 1358 re Magnus fu
scomunicato. Con grande mancanza di umiltà continuava però a frequentare la
chiesa, benché non ne avesse più il diritto. La scomunica, che aveva addolorato
moltissimo Brigida, fu revocata nel 1360, ad avvenuta restituzione al papa della
somma ricevuta in prestito.
C'erano poi le questioni politiche. Nel 1356 Erik, figlio maggiore di Magnus e
figlioccio di Brigida, si era proclamato re degli svedesi, opponendosi al
padre. Padre e figlio si erano poi riconciliati, ma Erik era morto presto. Re
Magnus aveva anche ceduto al re di Danimarca la Scania, la provincia più
meridionale, più ricca e fiorente della penisola scandinava, e l'isola di
Gotland, conquistate dagli svedesi a caro prezzo. Assai preoccupata per questa
situazione, Brigida decise allora di scrivere una lettera ai nobili svedesi, dei
quali faceva parte anche suo figlio Karl, sollecitandoli a recarsi dal re e
dirgli quanto segue:
Si tratta della salvezza della vostra anima, non c'è persona in Svezia o
all'estero che abbia fama così cattiva come voi. Si dice di voi che abbiate
commercio carnale con persona del vostro sesso, e ciò non pare incredibile
poiché vi sono intorno a voi uomini che voi amate più di Dio, della vostra anima
e di vostra moglie.
Inoltre vi venne interdetto di entrare in chiesa, ma voi
continuate ad ascoltare la santa messa come prima. Terzo e quarto, voi avete
dilapidato i beni e le terre della corona e siete stato un traditore verso la
Scania e quei vostri funzionari e sudditi che hanno servito voi e vostro
figlio, e vorrebbero continuare a servire voi e vostro figlio, rimanere sotto
la corona di Svezia e combattere contro i nemici della Svezia. Costoro li
avete abbandonati in balìa del peggiore dei loro nemici, in modo che non
potranno mai essere sicuri della loro vita e dei loro beni finché egli vivrà.
Se siete disposto a far penitenza dei vostri delitti e peccati e a riconquistare
quello che è perduto, siamo pronti a servirvi.
Se non ve ne sentite capace, cedete la corona al figlio e andatevene. Ovvero, restate nel Paese purché vostro
figlio giuri che si accingerà a riconquistare i territori perduti, che
ascolterà i consigli dei suoi ministri e renderà giustizia al popolo.
Diversamente un altro sarà eletto re al suo posto, perché la mano di Dio pesa
ugualmente sul vecchio come sul giovane e può fare scacciare l'uno e l'altro.
La lettera di Brigida arrivò in Svezia nel 1365. Poco tempo dopo apparve il
Libellus de Magno Erici Rege, uno scritto polemico della nobiltà svedese contro
re Magnus certamente influenzato dalla missiva della veggente: vi si ritrovano
sia le accuse politiche sia quelle di omosessualità e di partecipazione alla
messa nonostante la scomunica.
Un altro elemento a favore del sostegno dato da Brigida all'opposizione
aristocratica contro re Magnus è il seguente: l'esercito di Alberto di
Meclemburgo, invitato dai nobili, che batté e fece prigioniero re Magnus nella
battaglia di Gata, era comandato da Karl Ulfsson Sparre, parente di Brigida in
quanto marito di Elena, figlia di suo fratello Israel. Nel 1369, quando Karl e
Birger raggiunsero la madre Brigida a Roma per accompagnarla nel viaggio in
Terra Santa, re Magnus era ancora prigioniero nella torre del castello di
Stoccolma. Fu liberato solo nel 1371, ma dovette rinunciare alla corona di
Svezia per sé e per suo figlio.
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