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Lasciata Avignone, Urbano V era partito da Marsiglia nel maggio 1367 ed era
sbarcato a Corneto, il porto più vicino a Viterbo, il 9 giugno, accolto da
grande entusiasmo. A Viterbo il pontefice trascorse l'estate. Il 16 ottobre,
scortato da un imponente corteo guidato da Nicola d'Este marchese di Ferrara,
Urbano V fece il suo ingresso a Roma, dove da sessant'anni nessun papa aveva
più messo piede. Anche a Roma l'entusiasmo era alle stelle e certamente Brigida
e sua figlia Caterina erano tra la folla accorsa ad applaudire il pontefice.
Le sedi papali erano all'epoca assai trascurate: il palazzo del Laterano era
stato gravemente danneggiato nel 1360 da un incendio e non era mai stato
restaurato; il Vaticano e Castel Sant'Angelo erano anch'essi bisognosi di
ristrutturazioni. Il papa avviò subito i lavori e diede immediatamente inizio
alla sua attività politica ricevendo molti regnanti, tra cui il re di Cipro e
la regina Giovanna di Napoli.
L'estate successiva fu trascorsa nella residenza estiva di Montefiascone, sul
lago di Bolsena, e nell'autunno dello stesso anno Urbano V si recò a Viterbo
per incontrarsi con l'imperatore Carlo IV e rientrare con lui a Roma, cosa che
avvenne nell'entusiasmo generale. Il 21 ottobre l'imperatore scortò il papa
fino in San Pietro reggendo le redini del suo cavallo. In quell'occasione il
pontefice incoronò imperatrice la quarta moglie di Carlo IV, Elisabetta di
Pomerania. Brigida vide così papa e imperatore insieme a Roma, come molti anni
prima le era stato preconizzato: «Vai a Roma e restaci finché non vedrai il papa
e l'imperatore». L'avverarsi di questa profezia accrebbe il prestigio di
Brigida. Ritenendo il vaticinio impossibile, molti infatti non le prestavano
fede o addirittura la deridevano; ma poi, come testimonia la figlia Caterina
negli Atti del processo, dopo che papa e imperatore furono entrati insieme a
Roma, l'ebbero in maggiore stima e onore.
Questi sviluppi positivi fecero sperare a Brigida che fosse venuto il momento di
far approvare la sua Regola. Nel 1369 andò a Montefiascone, dove il papa
trascorreva l'estate, e vi rimase tre mesi. La veggente svedese desiderava anche
che alla sua chiesa di Vadstena fossero concesse le stesse indulgenze di cui
godeva la chiesa romana di San Pietro in Vincoli, dove sono custodite le catene
dell'apostolo. Un tale privilegio sarebbe stato molto prestigioso per il
monastero, in quanto avrebbe contribuito in maniera determinante alla sua fama
di luogo di pellegrinaggio.
Il papa mostrò a Brigida grande attenzione e rispetto, ma l'approvazione
dell'ordine incontrava in lui una certa resistenza. I problemi da risolvere
erano molti: il latino nel quale la Regola era stata scritta risultava duro e
antiquato, assai diverso da quello colto e raffinato in uso alla corte papale,
col quale i confessori di Brigida non avevano dimestichezza. In questo Brigida
ebbe l'aiuto prezioso di Nicola Orsini, che si offrì di curare una versione
migliore della traduzione. Orsini, che era in quegli anni governatore papale a
Perugia e aveva libero accesso presso il pontefice, provvide personalmente a
consegnare al papa la Regola dopo la revisione del testo.
Quanto ai contenuti, una difficoltà era rappresentata dalla natura stessa del
monastero, pensato per uomini e donne, cosa non più prevista ormai da
moltissimo tempo. Fu inoltre fatto presente che gli ordini già esistenti erano
tanti e che non si avvertiva quindi la necessità di una nuova istituzione,
esistendo tra l'altro un divieto in questo senso sancito, come s'è detto, dal
concilio Laterano del 1215 e confermato dal concilio di Lione del 1274.
Ma Brigida non si arrese: sapeva che il Signore stesso voleva che l'ordine
fosse approvato e si rivolse direttamente all'imperatore, che si trattenne a
Roma sino alla fine del 1369; a lui indirizzò una lettera dettata dal suo
sposo celeste nella quale si legge:
Tu che detieni la dignità imperiale, sappi che io, creatore di tutte le cose, ho
dettato una Regola in onore della mia amatissima madre e l'ho data alla donna
che ti scrive. Leggila dunque attentamente e fa' sì che questa regola dettata
dalle mie labbra sia approvata anche fra gli uomini ad opera del papa, che è il
mio vicario in terra, dopo che io l'ho approvata davanti alla moltitudine
celeste.
Come si può constatare, Brigida non lasciava nulla di intentato per raggiungere
gli scopi che si era prefissata. Nell'estate del 1369 Brigida ebbe una grande
gioia: rivide i figli Karl e Birger, che erano venuti a Roma per incontrarla. Ne
approfittò per presentarli al papa vestiti dei loro abiti cavallereschi, nella
speranza di conferire in questo modo maggiore autorità alla sua richiesta di
approvazione dell'ordine.
Desiderando mostrare ai figli alcune delle bellezze d'Italia, ottenne dal papa
un particolare lasciapassare e nell'autunno intraprese con loro il
pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo nel Gargano e a Bari. Dopo il viaggio Karl e
Birger tornarono in Svezia.
Al pellegrinaggio partecipò anche un uomo che divenne il migliore e più valido
amico e collaboratore di Brigida nei suoi ultimi anni: lo spagnolo Alfonso Pecha
de Vadaterra, che era stato vescovo di Jaén in Andalusia e aveva poi rinunciato
al suo alto incarico per entrare nell'ordine degli eremiti di san Girolamo (i
girolamiti). Venuto in Italia dopo l'invasione dei mori della sua diocesi
spagnola, aveva trascorso un certo periodo nella sede del suo ordine a
Monteluco, presso Spoleto. Qui aveva sentito parlare di Brigida, aveva
desiderato incontrarla, si era recato a Roma e, come lui stesso raccontò nella
sua deposizione al processo, l'aveva cercata finché non l'aveva trovata. Da
allora le rimase accanto divenendo suo confessore, consigliere, ordinatore
delle Rivelazioni e, dopo la sua morte, promotore della causa di canonizzazione.
Alfonso era nato nel 1329 o nel 1330 e mori nel 1388. La sua presenza accanto a
Brigida si rivelò provvidenziale, anche perché in quegli anni i due Petrus
furono soggetti a varie infermità che impedirono loro per esempio di unirsi alla
futura santa e ai suoi figli nel loro pellegrinaggio.
Dobbiamo al vescovo Alfonso una preziosa testimonianza sul carattere e il
comportamento di Brigida e sul suo atteggiamento verso i sacerdoti che
facevano parte della sua famiglia:
Aveva massima obbedienza verso i suoi padri spirituali, al punto da mortificare
la propria volontà, perché ogni cosa che faceva era sottomessa al consenso dei
predetti padri; non usciva di casa se non con il loro consenso e quando andava
per Roma a visitare i santuari era sempre in loro compagnia; e neppure osava
alzare gli occhi da terra se non dopo aver chiesto e ottenuto licenza di farlo.
Anche tutte le attività della giornata, la suddivisione del tempo, il silenzio
e la preghiera erano sottoposte al giudizio dei padri spirituali, come pure le
visioni divine che riceveva quando pregava.
Dell'obbedienza ai padri spirituali rende buona testimonianza anche la figlia
Caterina: «Per obbedienza ai suoi padri spirituali dormiva senza materasso, e
questo durò fino a poco tempo prima della morte, quando ormai era affetta da
molte infermità»'. La donna forte, capace di rivolgersi con autorità a papi e
imperatori per indicare loro il volere di Dio, era in realtà umilissima,
devota ai padri spirituali e disposta a rinunciare alla propria volontà in nome
dell'obbedienza.
Il vescovo Alfonso svolse un prezioso lavoro per la revisione delle Rivelazioni,
compito che gli fu affidato dal Signore stesso. Fu infatti dettato a Brigida:
Devi consegnare al mio vescovo eremita tutti i libri delle Rivelazioni con
queste mie parole, affinché possano essere tradotti in molte lingue; lui dovrà
spiegare, illustrare e custodire il senso cattolico del mio spirito. Così come
il tuo cuore non è sempre in grado di esprimere con sufficiente calore e
trascrivere ciò che ti viene comunicato, ma lo ponderi nella tua mente, e poi
lo scrivi e lo riscrivi fino a trovare il corretto significato delle mie
parole, allo stesso modo il mio spirito si levò e discese tra gli evangelisti e
i maestri, che a volte produssero qualcosa che dovette essere corretto, a volte
qualcosa che dovette essere nuovamente trattato, altre volte ancora furono
biasimati e dovettero intervenire altri per meglio esprimere le parole che
avevano usato.
E tuttavia fu sempre il mio spirito a infondere a tutti i miei
evangelisti le parole che essi pronunciarono e scrissero. Dì allora all'eremita
che deve eseguire e portare a termine il lavoro dell'evangelista'.
Alfonso di Jaén curò la redazione definitiva delle Rivelazioni e la loro
suddivisione in otto libri. Nell'estate del 1370 Brigida era di nuovo a
Montefiascone e fu ricevuta dal papa insieme ad Alfonso e a Nicola Orsini. Il
risultato ottenuto fu per Brigida di parziale soddisfazione: la sua Regula
Sanctissimi Salvatoris fu approvata, ma solo come appendice della Regola
agostiniana che il monastero di Vadstena avrebbe dovuto seguire. Del privilegio
di indulgenza richiesto per il monastero non si faceva alcuna menzione'. Era
invece concessa licenza per la costruzione di un monastero per le monache con
annesso quello per i monaci.
La bolla papale, datata S agosto 1370, era indirizzata all'arcivescovo di Uppsala e ad altri tre vescovi svedesi.
Motivo di grande dispiacere per Brigida fu rendersi conto, durante il soggiorno
a Montefiascone, che il papa non aveva nessuna intenzione di ritornare a Ro-
ma, ma - cedendo alle pressioni dei vescovi francesi -stava anzi programmando di
trasferirsi di nuovo ad Avignone. Fece allora avere a Urbano V una lettera
ispirata dalla Vergine in cui gli si diceva: «Se riuscirà a tornare in patria,
riceverà un colpo tale da fargli battere i denti; la sua vista si oscurerà e
tutte le sue membra tremeranno... Gli amici di Dio non lo ricorderanno più
nelle loro preghiere ed egli dovrà rendere conto a Dio di tutto quello che ha
fatto e omesso»6. Urbano V non ne tenne conto. A metà settembre di quello stesso
anno era già in Francia e il 19 dicembre improvvisamente morì.
A tornare definitivamente a Roma fu il suo successore Gregorio XI nel 1377: ma
Brigida non poté accoglierlo come aveva fatto con Urbano V, perché era già
morta da quattro anni. A prendere il testimone e convincere definitivamente il
papa a tornare a Roma era stata un'altra grande santa: Caterina da Siena.
Il 30 dicembre, dopo un solo giorno di conclave, fu eletto papa il cardinale
Pierre Roger de Beaufort, che scelse il nome di Gregorio XI. Il neoeletto aveva
quarantadue anni ed era nipote di Clemente VI, che l'aveva innalzato alla
porpora cardinalizia appena diciottenne. Gregorio XI aveva studiato a Perugia
ed era un insigne giurista; come uomo, era devoto, sensibile e intuitivo; come
politico, sapeva bene che il ritorno del papato a Roma costituiva ormai
un'esigenza improrogabile.
Brigida si rallegrò della sua elezione a papa, anche perché l'aveva conosciuto
di persona quando era cardinale: si era infatti rivolta a lui per far
recapitare a Urbano V la lettera con cui gli annunciava una rapida morte se
fosse tornato ad Avignone.
Fiduciosa che Gregorio XI avrebbe riportato il papato a Roma, già nel gennaio
1371, pochi giorni dopo la sua elezione a pontefice, Brigida gli inviò la
rivelazione ispiratale per lui dalla Vergine Maria; a recapitarla fu il suo
devoto amico Latino Orsini.
Ecco il testo della lettera:
Io sono colei che ha generato il figlio di Dio. Dopo averti affidato alcune
parole che dovevano essere comunicate a papa Urbano V, ora di nuovo ti dico
alcune parole da trasmettere a papa Gregorio XI. Ma affinché queste parole
siano meglio comprese, voglio fare un paragone: una madre amorevole vede il suo
amatissimo bambino giacere nudo e tremante di freddo sul pavimento e si accorge
che il piccino non ha la forza per alzarsi e piange miserevolmente per il
desiderio delle carezze e del latte materno. Allora la madre si commuove e
piena d'amore per il suo bambino corre rapida verso di lui, lo solleva, lo
accoglie fra le sue braccia, lo riscalda col calore del suo seno materno e lo
nutre dolcemente col suo latte. Allo stesso modo io, madre di misericordia,
voglio comportarmi con papa Gregorio XI, se tornerà in Italia e a Roma con
l'intenzione di rimanervi e se avrà la ferma volontà di porre rimedio alla
miseria delle pecorelle a lui affidate e se si dedicherà con umiltà e amore a
riportare la Chiesa ad una nuova condizione.
Allora io, madre veramente amorevole, lo solleverò da terra come un bambino nudo e tremante di freddo,
cioè libererò lui e il suo cuore da ogni desiderio e attaccamento terreno
contrario a Dio, e lo riscalderò col calore materno dell'amore che è nel mio
petto. Lo nutrirò poi col mio latte, cioè con la mia preghiera... Ecco, io gli
ho rivelato il mio amore materno, quello che gli dimostrerò se ubbidisce; poiché
è volontà di Dio che egli riporti umilmente la sua sede a Roma. Affinché però
il papa, nel caso che non obbedisca, voglia scusarsi col motivo
dell'insicurezza, annunciagli con materno amore che cosa ne conseguirà: dovrà
subire l'ira di Dio, mio figlio, la sua vita sarà abbreviata e sarà chiamato
davanti al tribunale di Dio. Allora nessuna potenza terrena potrà aiutarlo.
Anche la sapienza e la scienza dei medici non potrà giovargli e neppure l'aria
del suo paese natale gli sarà benefica per allungare la sua vita anche di
poco...
A quanto risulta, papa Gregorio XI fu molto colpito da questa rivelazione, che
certamente contribuì a farlo orientare sempre più verso il progetto di lasciare
Avignone. Brigida aveva fatto quanto poteva per indurre il pontefice a riportare
la sede papale a Roma. Ora non restava che attendere. Intanto però era venuto
il tempo di riprendere il bastone del viandante e affrontare il più lungo,
impegnativo e agognato dei suoi pellegrinaggi: quello in Terra Santa.
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